La Rappresentante di Lista: “La musica deve essere capace di creare alternative” Intervista a Dario Mangiaracina

Go go Diva, il terzo album de La Rappresentante di Lista, è il diario di un’eroina assettata di vita e parole. Nato da un’incredibile necessità espressiva il disco si colloca in un territorio diverso rispetto al cantautorato indie tradizionale tanto che gli stessi componenti del duo dichiarano il loro genere queer. Le tracce del disco sono spaccati di vita dominati dal desiderio e dal movimento corporeo, strascichi e conseguenze di una sessualità vissuta senza coperture. Si celebrano l’incontro dei corpi, l’amore e il cambiamento. Il risultato per chi ascolta è una partecipazione totale ai racconti ipotici di una diva che è pronta a tutto pur di vivere i giorni e le notti fino in fondo. La rappresentante di lista hanno dato voce e corpo ad una femminilità che ignora la reticenza, a uno stile di vita che scongiura l’immobilità fisica e morale, qualcosa che può essere un patrimonio di tutti e andare oltre il genere. Abbiamo parlato di Go go Diva con Dario Mangiaracina, chitarrista, voce, e compositore della band.

Il vostro disco parla di amore, di sentimenti, di momenti in cui sembra stia succedendo qualcosa. Quanto il coraggio e il saper rischiare sono stati importanti nel determinare il successo del vostro progetto?

Ogni volta che qualcuno durante un’intervista ci menziona il successo ci piace immaginare che stesse succedendo qualcosa mentre eravamo in studio: è successo qualcosa mentre registravamo. Per quanto riguarda la scrittura del disco più che di coraggio credo si sia trattato di libertà, del tempo che ci siamo presi senza la necessità di dover subito produrre qualcosa di utile come prodotto musicale. Abbiamo sempre coltivato questa voglia di rischiare. La sentiamo come una possibilità necessaria.

Come scrivete i vostri testi e come componente la vostra musica? 

I testi e le musiche di Go Go Diva si sono mossi in due binari paralleli. I testi li abbiamo scritti io e Veronica, dal 2017 a poco prima di finire le registrazioni del disco. Durante questi anni abbiamo raccolto una serie di appunti su un unico foglio word che avevamo in condivisione, ci è capitato di modificare e aggiungere delle parti anche quando eravamo lontani, fino a quando non sono emersi i testi, un po’ come quando si scinde l’acqua dall’olio: è stato un gioco di chimica, ci sono apparse le storie create dalle parole che avevamo raccolto e più che in passato queste storie parlano di noi. Parallelamente abbiamo iniziato a lavorare in studio, prima qui a Palermo con Roberto Cammarata al Fat Sounds Studio e poi in sala prove con tutta la band. L’ultimo passaggio è stato quello in cui abbiamo fatto coincidere la musica, le parole e il lavoro fatto in studio con Fabio Gargiulo.

La contemporaneità in cui viviamo è spesso sporcata dalla paura che possa accadere qualcosa di catastrofico. La musica può essere un antidoto?

La musica è un antidoto perché unisce le persone: il 9 Maggio, per esempio, eravamo a Cinisi in provincia di Palermo dove abbiamo avuto la possibilità di stare sul palco insieme ad altri musicisti per ricordare l’antimafia di Peppino Impastato. Sul panico il ragionamento è molto ampio. Questo senso di vibrante terrore che aleggia nei telegiornali ci tiene immobili emotivamente. La musica è uno strumento di stimolo emotivo e di racconto, come forma d’arte deve dare gli elementi estetici per leggere quello che sta succedendo e per evitare che l’individuo metta delle barriere per difendersi da quello che avverte come pericolo e non come una possibilità di movimento.

Venite entrambi dal mondo teatrale. Come è entrato il teatro nel vostro modo di fare musica?

L’aver fatto teatro ci ha aiutato nell’espressività del concerto dal vivo ma anche nella scrittura, per quanto riguarda l’attenzione ai dettagli, alle parole e alla cura estetica di quello che facciamo. Quello che secondo noi è mancato negli ultimi anni nella musica italiana è un’alternativa estetica al racconto dell’indie, che ha una sua validità, ma non può essere l’unico. Per noi cercare un altro tipo di estetica significa immaginare che ci sia un’altra Italia possibile, politicamente e socialmente, perché è vero che la musica deve raccontare la società in cui viviamo, ma d’altra parte deve essere capace di creare delle alternative. Credo che dare un’alternativa serva a cambiare lo stato delle cose.

I brani provengono dall’immaginario di un personaggio femminile. Qual’è il vostro personale rapporto con la vostra Go Go Diva?

La creazione della diva è stata costellata da una serie di apparizioni. La prima è nata mentre io e Veronica eravamo lontani e ci stavamo scrivendo su WhatsApp su quale sarebbe dovuto essere il concept del disco, la chiave per far fluire tutte le canzoni dentro un unico percorso. Abbiamo sempre ragionato sui personaggi femminili, un po’ perché La rappresentante di lista è un nome femminile un po’ perché avere una protagonista donna rientra nella nostra poetica. Quando si parla di femminile mi viene sempre in mente un’intervista a Miyazaki in cui alla domanda sul perché scegliesse sempre protagoniste femminili lui rispose che gli eroi sono molto inquadrati dentro degli stilemi, hanno un loro carattere, mentre le eroine hanno una loro libertà nella scrittura; ed effettivamente la nostra diva racconta di relazioni, di corpo, di argomenti che sono assolutamente oltre il genere. Raccontiamo storie in cui anche un uomo si può rivedere.

L’interconnessione h24 attraverso social, youtube e WhatsApp ha contribuito a coprirci o a spogliarci?

Non penso né l’una né l’altra cosa: da un lato i social ci mettono davanti delle barriere e ci coprono perché ci difendono nella comunicazione e nelle relazioni, ma d’altra parte i social danno la possibilità di interagire in maniera più facile. Per quanto mi riguarda penso che l’esigenza di corporeità di questo disco stia trovando molto rispondenza nei live, perché le persone, i corpi sono lì. Penso che oggi ci sia la necessità di esporsi fisicamente nella vita di ogni giorno, non parlo solo di noi artisti e musicisti, parlo anche della necessità di partecipare attivamente col corpo e di essere presenti nei luoghi dove le cose succedono e non soltanto virtualmente.

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