Se io fossi il giudice Raccontata da Rodrigo D’Erasmo degli Afterhours

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Se io fossi il giudice è la traccia di chiusura di Folfiri o Folfox, l’ultimo album degli Afterhours, uscito il 10 giugno scorso per  la Universal Music Italy. Il pezzo viene firmato da Manuel Agnelli e  dai due nuovi acquisti della band, Stefano Pilia alla chitarra e Fabio Rondanini alla batteria.

La storia del brano è uno di quei percorsi misteriosi in cui la casualità incrocia il destino e sembra suggerire le regole per andare là dove si doveva andare fin dall’inizio. Il brano nasce da un’intuizione di Manuel Agnelli. Dopo essere state memorizzate in modo rudimentale sul telefono, il giro di chitarra e la melodia vengono portate in sala prove per una registrazione più solida. Questa prima bozza viene fatta ascoltare a Fabio Rondanini: “Come è successo con molti brani di questo disco” racconta Rodrigo, “abbiamo iniziato a far lavorare Fabio su alcuni spunti che avevamo messo su io e Manuel, questo per capire da subito dove potesse andare il pezzo sia a livello di suono che di intenzione ritmica”. La prima take di batteria segue una chitarra suonata senza click e oscillante. Il pezzo è forte, comincia ad avere un andamento, la ritmica è sbilenca, claudicante, ma all’inizio non convince…

“Spesso non vuoi castrare chi sta suonando con te e invece lo fai, invece se sei da solo sei libero di sbagliare e di fare con te stesso tutte le figure di merda che ti pare fino a che non trovi la cosa vincente”.

La chitarra

Durante la fase iniziale, il titolo di lavorazione del pezzo era Bowie. Ma questa prima suggestione viene abbandonata bruscamente: “Avevamo paura che potesse condizionare chi ci avrebbe lavorato in seguito, volevamo portare il brano lontano da lì”. Dopo la batteria di Fabio arrivano gli archi. Il pezzo prende una piega orchestrale, molto potente ma che si scolla dall’atmosfera generale del disco. Per questo si decide di lasciarlo decantare per un po’, fino a quando a distanziare definitivamente il brano  dal pop ci pensa il nuovo chitarrista, Stefano Pilia. “Aveva provato a fare delle cose in studio quando eravamo insieme ma non gli veniva la cosa giusta. Alla fine ci ha chiesto di mandargli il pezzo a casa per lavorarci con calma”. Qualche settimana dopo la chitarra di Stefano è pronta e il brano si veste di una modernità e di una contemporaneità stilistica che lo allontanano definitivamente dal sound originario. E’ l’inizio di qualcosa di interessante. “Dopo l’intervento di Stefano il pezzo ha avuto una svolta. Spesso non vuoi castrare chi sta suonando con te e invece lo fai, invece se sei da solo sei libero di sbagliare e di fare con te stesso tutte le figure di merda che ti pare fino a che non trovi la cosa vincente”. L’intenzione del brano cambia, completamente tant’è che il titolo di lavorazione da Bowie diventa Nine Inch Nails: “Ovviamente non c’entrava nulla. Era solo un modo per non dare alcun punto di riferimento, nemmeno inconscio, a chi doveva registrare dopo di noi”.

Gli archi 

Dopo la chitarra è il turno del basso e poi, una volta che il cambiamento di sound è evidente, diventa necessario asciugare gli archi sul ritornello, troppo sinfonici per come erano stati concepiti inizialmente. E anche sugli archi si apre una parentesi interessante. “Quella parte di archi in realtà appartiene ad un altro pezzo. Non ero convinto della prima versione perché erano troppo telefonati. Manuel mi disse: ‘Ci vorrebbe una cosa tipo gli archi che hai fatto su quel pezzo lì. Giusto per, proviamo a copiarli pari pari da là e ad incollarceli sopra e vediamo cosa succede’. Dopo averli inseriti nell’intro ci siamo accorti che funzionavano anche nel mezzo. Così li abbiamo doppiati e li abbiamo inseriti all’interno del brano dove sono più dissonanti e psichedelici’. Gli archi sono stati registrati tutti da Rodrigo, “sovrapponendo le tracce una sopra all’altra in maniera abbastanza istintiva”. Sono circa 15 tracce di violino diverse. “Come fosse un quartetto d’archi quadruplicato”.

La batteria

In Se io fossi il giudice ogni strumento ha una storia a sé, un’esperienza particolare che merita di essere raccontata perché contribuisce in modo sostanziale a portare il pezzo nella direzione giusta. Ma è forse quella della batteria a caratterizzare maggiormente la struttura del brano e la sua cadenza liberatoria. La batteria è stata fatta all’impronta. Fabio inizia a suonare sulla traccia, mai ascoltata prima, provando a buttare giù delle idee. E’ la prima volta che sente il brano, non sa esattamente dove cade il ritornello o dove finisce la strofa. Per questo la prima take è piena di rullate e passaggi in contrattempo posizionati in punti dove non li avrebbe inseriti se avesse conosciuto già bene la canzone. L’approccio sorprende comunque il resto della band che dopo averci ragionato su decide di tenerla come versione finale.      Tutto bene, se non fosse che ad un certo punto il produttore Tommaso Colliva decide di rifare tutte le batterie per una questione di suono. Fabio deve imparare la parte che aveva totalmente improvvisato facendo attenzione a rieseguirla con la stessa intenzione, con colpi e rullate negli stessi punti e con lo stesso mood: “Non era facile recuperare quel senso di precarietà e di libertà che aveva nella prima take, sul click tendi a rieseguire la parte in modo molto più quadrato”. Il risultato è esattamente quello cercato: la libertà ritmica si incastra perfettamente con l’intenzione testuale.

Missaggio

Il missaggio di Se io fossi il giudice non è stato difficile. Per dare al produttore un rifermento sul suono sono stati presi una serie di pezzi-campione su cui impostare i mix. Non sono stati dati riferimenti di altri gruppi: “Essendo Tommaso una persona che ci conosce molto bene gli abbiamo lasciato carta bianca partendo da indicazioni di massima, come ‘chitarre dure’ o ‘chitarre presenti’, suono duro o sporco, cose generiche ma che appartengono al dna del gruppo. Ad esempio volevamo che ci fosse un lavoro importante sulla batteria sia in termini di presenza che in termini di profondità e modernità e devo dire che è uscito esattamente quello che desideravamo”. Dopodiché si assestano i colpi e si aggiusta il tiro, alcune parti sono già perfette nei primi mix mentre altre vanno limate e portate in linea con l’atmosfera del disco.“In questo pezzo si è fatto un lavoro più di ambienti per cucire le parti ma a livello di sound era c’entrato bene fin da subito”.

“Il dolore, le sofferenze e tutto quello che di brutto ci si trova a dover affrontare, se lo riesci a sublimare nella giusta maniera, ti ridona uno stato di libertà assoluta. Rimette al loro posto la scala dei valori lì dove dovrebbe sempre essere”.

Dopo prove e riprove e un lavoro meticoloso sul suono, Se io fossi il giudice diventa la chiusura perfetta dell’album, il suo l’urlo di gioia finale. “Vorrei che il pezzo venisse recepito dal pubblico come un senso di ritrovata libertà”. Spiega Rodrigo, “Come la gioia di essere tornati per buona parte autonomi rispetto a quello che si è e rispetto a quello che si desidera ancora essere. Dobbiamo preservare questa libertà gelosamente. Siamo talmente pieni di sovrastrutture e inflazionati da quello che ci circonda che è molto difficile rimanere liberi”. 

Per come è stato scritto e concepito il brano è un manifesto di purezza armonica e ritmica in cui la libertà si canta senza nascondere la sofferenza da cui proviene.“Il dolore, le sofferenze e tutto quello che di brutto ci si trova a dover affrontare, se lo riesci a sublimare nella giusta maniera, ti ridona uno stato di libertà assoluta. Rimette al loro posto la scala dei valori lì dove dovrebbe sempre essere”. E questa è forse la funzione più importante che può avere qualsiasi forma d’arte, trovare negli errori e nelle difficoltà quella traccia di noi stessi che riconosciamo ancora capace di liberarsi sopra tutto e tutti.

Buon ascolto e buona libertà.

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