Rotte indipendenti Intervista a Giangiacomo De Stefano

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Le sottoculture musicali non sono solo roba d’oltremanica. Se avete fantasia e buon occhio vi accorgerete che anche nella provincialità del nostro paese qualcosa d’interessante c’è e che non è tutto una brutta copia di quello che è già stato detto fuori. Le città italiane hanno riscaldato negli ultimi anni dei nuclei di capacità espressiva originale e ribelle, magari niente a che vedere con il ’77 britannico ma a che servono i paragoni se poi ci impediscono di vedere e riconoscerci? Per un appassionato di musica l’imperativo dovrebbe essere sempre quello: osare, andare in cerca di. Quello che vi presentiamo oggi è un ottimo input per farlo.

Rotte indipendenti è una viaggio attraverso trent’anni di musica indipendente italiana. In tutto quattro episodi, girati nelle città di Milano, Roma, Bologna e Torino. Il progetto è stato realizzato in occasione dei trent’anni del MEI su un’idea di Giordano Sangiorgi e Giangiacomo De Stefano, curata poi dallo stesso Giangiacomo De Stefano e da Lara Rongoni per la Sonne Film. La serie è disponibile su Sky Arte e speriamo di vederla presto in qualche cinema italiano. Durante lo scorso Mei di Faenza ho avuto l’opportunità di vedere la presentazione della serie e la proiezione della puntata di Bologna. E’ venuto spontaneo volerne sapere di più, e così eccovi l’intervista fatta a Giangiacomo De Stefano su Rotte Indipendenti:

Da cosa nasce la tua passione per le sottoculture musicali?                                            

C’è una questione che secondo me possono capire solo coloro che sono un po’ più vecchi. La musica indipendente, alternativa o underground, nel passato te la dovevi cercare se già esisteva, oppure addirittura te la inventavi. Questo è un punto fondamentale di “Rotte indipendenti”. Io ho vissuto l’hardcore e molti ambiti della musica più estrema, e poi altre realtà alternative, e quello che mi viene da dire è che certe cose, una volta te le conquistavi all’interno di un mondo che non era solo non ufficiale, ma era qualcosa che semplicemente non esisteva per chi non ne era parte.

Oggi fa strano dirlo, ma una fanzine fotocopiata, nel passato era un qualcosa di prezioso che ti metteva in rete con altri come te. Era qualcosa che faceva crescere realtà che non avevano altri sbocchi. La rete ha cambiato tutto e capisco che sia difficile comprendere certe dinamiche oggi.

In che modo avete scelto le città del documentario?                                                   

Abbiamo scelto quelle che per la loro storia musicale ci sembravano le più importanti. Manca sicuramente Firenze che per certi versi è stata più grande di Roma, così come non c’è il nord est, oppure una città piccola come Reggio Emilia, che però ha visto nascere due tra i gruppi più importanti della scena underground italiana: Raw power e CCCP.

“certe cose, una volta te le conquistavi all’interno di un mondo che non era solo non ufficiale, ma era qualcosa che semplicemente non esisteva per chi non ne era parte”

Da cosa siete partiti per iniziare le ricerche?                                                                         

Per prima cosa abbiamo iniziato a darci dei confini. Le città stesse sono stati i primi limiti dentro i quali ci siamo mossi, poi dentro queste abbiamo cercato le storie più significative, quelle che hanno segnato una svolta. In contemporanea abbiamo chiesto anche ad esperti, persone che hanno respirato l’aria delle città che abbiamo raccontato. Il resto si è svolto sul campo.

Ci sarà la possibilità di vedere Rotte Indipendenti in qualche cinema italiano?      

Se ci chiamano lo presentiamo volentieri nei cinema, tenendo presente che si tratta complessivamente di un prodotto di 220 minuti. E’ chiaro quindi che le puntate vanno proiettate singolarmente.

Cosa pensi che renda interessante la musica del sottobosco underground rispetto a quella più fruibile che siamo abituati a sentire per radio?                                          

Non lo so. A partire dai primi anni novanta non è più esistito un sottobosco unico. Noi stessi ci siamo posti la domanda che cosa significasse essere indipendenti. Per questo rispondo da un punto di vista personale e parlando al passato: non essere solo fruitore di un prodotto, ma per certi versi essere parte attiva di un processo dal basso. Non è cosa da poco.

Hai in programma di fare un secondo episodio con altre città? Penso ad esempio a Napoli…                                                                                                                                           

Sarebbe opportuno farlo. Per ora non è però in programma. Sempre in ambito musicale sto lavorando ad una nuova miniserie che racconta l’epopea del liscio romagnolo. Inoltre nel 2017 vorrei portare a termine il mio documentario sui matinée hardcore del CBGB. E’ un progetto che seguo da sei anni e che mi vede impegnato con La sarraz Pictures di Torino e un produttore di San Francisco. E’ un documentario importante pensato principalmente per il pubblico americano. Incrocio le dita.

In quanto tempo è stato girato il documentario e qual’è la parte che ha richiesto più tempo?                                                                                                                                    

Abbiamo girato in un arco di tempo di cinque mesi. Con tante pause in mezzo ovviamente. La parte più complicata è stata la post produzione che è durata parecchi mesi e che si è protratta a ridosso della messa in onda su Sky Arte e sulla contemporanea presentazione al Biografilm di Bologna. La post produzione è stata complessa, da un lato perché i singoli episodi andavano costruiti e resi tutti uniformi dal punto di vista qualitativo, dall’altro perché abbiamo fatto un complesso lavoro sugli archivi: essendo basati su tante foto e volantini, li abbiamo resi “vivi” animandoli e creando degli ambienti dove inserirli. Se si guarda la serie, si capisce come la motion graphic sia uno degli elementi strutturali del montaggio e non una semplice copertura.

“Ora che non c’è più l’industria e che tutto è diventato liquido, viviamo un’era nuova, non ancora codificata”

C’è qualche lettura o altro sull’argomento che ti ha ispirato nel girare Rotte indipendenti?                                                                                                                                   

No, non in particolare. Senza sembrare troppo presuntuoso, penso che sarei in grado di scrivere io un trattato sulla musica indipendente. E’ un qualcosa che mi appartiene e che mi ha formato addirittura come persona.

Se non sbaglio il film fa riferimento ad un periodo che va dalla fine degli anni 80 ai primi 2000. Le rotte di oggi, pensi siano altrettanto interessanti?

In realtà a seconda delle città, l’arco di tempo di cui parliamo varia: su Bologna e Milano ad esempio partiamo dalla fine degli anni settanta, mentre per quel che riguarda Roma, partiamo dalla fine degli anni ottanta. Poi in tutti i casi arriviamo all’oggi con i Cani, Giuda, Calibro 35, Stato sociale e tanti altri. Il problema dell’oggi è che si fa fatica a determinare dei confini che indichino cosa è indipendente e cosa non lo è. In fondo la musica indipendente è stata qualcosa che si è anche contrapposta alla grande industria musicale. Ora che non c’è più l’industria e che tutto è diventato liquido, viviamo un’era nuova, non ancora codificata.

Quali sono i tuoi ascolti/dischi preferiti? E per quanto riguarda il contemporaneo, c’è qualcosa che ti piace particolarmente?                                                                             

Quelli che considero i più grande disco rock sono Rock for light dei Bad Brains e Reign in blood degli Slayer. Poi la lista dei miei gruppi preferiti è infinita. Oggi come oggi se guardo su Spotify anche qui alla fine sono vario e ascolto da Johnny Cash ad Eric B. & Rakim. Tra le cose di oggi mi piacciono moltissimo i Muro del canto.

Speriamo di poter vedere presto Rotte Indipendenti nelle sale italiane. Intanto godetevi il Trailer:

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