Preghiere di rabbia Ezra Furman e il nuovo album ‘Twelve Nudes’

Ezra Furman è un personaggio stravagante così come si conviene ad un’icona rock: si trucca le labbra e gli occhi, si veste da donna, le sue interviste sono piene di pause ed è dichiaratamente bisessuale. Le sue influenze musicali vanno dai Velvet Undergroung ai New York Dolls ma confessa di aver avuto una rivelazione quando un’amica gli ha fatto ascoltare Lou Reed durante un giro in macchina. 

“Non credo che sarò mai in grado di spiegare appieno il modo in cui i dischi dei Velvet Underground mi hanno aperto la mente. Ma ha qualcosa a che fare con Lou Reed come figura mitica: una persona che non rientrava in nessuna categoria, che sfidava limiti, tendenze e definizioni. Radicalmente ambiguo e radicalmente libero. Ho deciso che volevo essere allo stesso modo.”

Fatte queste premesse sembra che tutto sia pronto per il confezionamento di un bel cliché: il rock ‘n’ roll, il trucco sul volto, l’ambiguità sessuale e perché no già che ci siamo anche una ventata di emarginazione. La fotografia è familiare ma quando ci avviciniamo per osservarla scopriamo che è solo un riflesso, un gioco, una vecchia citazione che contraddice la propria autorevolezza. Ezra Furman ama tanto la dissimulazione quanto la schiettezza, quasi fossero due petali dello stesso fiore. È facile rendersene conto dopo un primo ascolto della sua discografia dal 2013 ad oggi, da The day of the dog (2013) fino a Transangelic Exodus (2018): in una corsa sfrenata, alt-pop, rock ‘n’ roll e il più tradizionale dei punk rock si alternano in testa alla fila, tenuti insieme da una rete sottile, pronta a sfilarsi sotto la presa di una mano fragile e adolescente. 

Twelve Nudes (uscito il 30 agosto per l’etichetta Bella Union) è stato registrato tra ottobre e novembre del 2018 e missato successivamente dal produttore John Congleton (lo stesso di Sharon Van Etten, St Vincent, John Grant). Il disco ha avuto una produzione veloce, l’urgenza espressiva è stata il comune denominatore delle undici tracce che lo compongono e il risultato è il manifesto ruggente di uno stato d’animo offeso. 

“Sapevo che volevo realizzare questo album velocemente e non perdere tempo a pensare a come suonare le canzoni. 12 Nudes è un disco più “fisico” che “mentale” – più animale che intellettuale. Affermare la negatività ti dà l’energia giusta per rifiutare le cose. C’è più spazio per la positività”.

Ma la nudità può essere volgare quanto poetica, rude quanto elegante e ancora una volta Ezra Furman sfugge alle impressioni univoche. Basti pensare che il nome del disco è un richiamo ai “nudi” evocati dalla poetessa Anne Carson nel suo The glass essay:

“È una delle mie scrittrici preferite” spiega Furman. “Anne ha avuto queste visioni, o meditazioni, per affrontare l’intenso dolore della sua vita, che lei chiama” nudi “, e allo stesso modo queste canzoni sono meditazioni sul dolore e riconoscono cosa c’è se vai a scavare nella tua rabbia, paura e ansia . Quindi, il mio album si chiama 12 Nudes.”

Una rabbia che si manifesta fine a se stessa, senza poterla direzionare verso qualcosa o qualcuno dove il rock ‘n’ roll è l’unica salvezza (What can you do but Rock ’n ‘roll?). Si urla per mettersi in contatto con un dolore soffocato per troppo tempo, e così il grido ha lo stesso valore di una preghiera: nel pezzo Evening Prayer aka Justice, Furman canta: “It is time for the evening prayer, time to do justice for the poor”. E nel suo urlo violento volano le schegge residuali dei bei versi della Carson:

“…I took up the practice of meditation.

Each morning I sat on the floor in front of my sofa

and chanted bits of old Latin prayers.

De profundis clamavi ad te Domine.

Each morning a vision came to me.

Gradually I understood that these were naked glimpses of my soul.”

Se in Transangelic Exodus la sofferenza lasciava spazio a una fuga melanconica,

“I don’t mind

I’ve got big dreams in my mind

I would give up my whole life for that feelin”

(Driving down to L.A)

in 12 Nudes non c’è più spazio per la sublimazione del dolore: o si urla o si resta fermi, o si corre o si muore perché la realtà è che essere uomini vuol dire essere prigionieri di una realtà indesiderata o per dirla con le parole del brano Transition from nowhere to nowhere: 

“Ricordi che ho provato a chiedere cosa significa essere un uomo? Mi hanno lanciato sul retro di un camion e mi hanno legato le mani”. 

Il pezzo è una ballata decadente da ascoltare in una camera buia, da soli anche se il letto è per due. Ci ricorda che la solitudine è meravigliosa e che i demoni di Furman hanno sempre ali bellissime per portarci lontano. 

Twelve Nudes è uno dei dischi più intriganti dell’anno perché sotto le urla graffianti di Ezra Furman e i suoni acidi della sua band ci comunica che è vero, se il cuore è in fiamme l’unica via d’uscita è il rock ’n’roll ma, per usare le parole di Charlotte Bronte in Cime Tempestose, l’anima è “scavata in un laboratorio selvaggio” e non possiamo far altro che arrenderci alla complessità del nostro dolore.

Martina Tiberti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *