Lostileostile dei Marta sui Tubi

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Che sappiano far centro pur rimanendo fuori dalle righe non è cosa nuova. Dalle ventate rock dei primi album all’esperienza sanremese i Marta sui Tubi  hanno sempre mantenuto quella compattezza d’animo che caratterizza le band che funzionano molto bene dal vivo. E per stupirci ancora il 1° aprile è uscito Lostileostile, grazie ad una campagna di crowdfunding su Musicraiser. Abbiamo intervistato Giovanni Gulino per capire qualcosa in più del passato e del presente del gruppo, e dopo aver scambiato quattro chiacchiere sul nuovo album e due o tre sul mercato discografico italiano questo è quello che abbiamo voluto condividere con voi:

Sono molto felice di poter parlare con te del nuovo disco! Prima però vorrei riavvolgere il nastro e ripartire dall’inizio: come si sono conosciuti i Marta sui Tubi?

Conosco Ivan dal 1991 e Carmelo dal 1992, in realtà da sempre, da quando eravamo piccoli, solo che con Carmelo non abbiamo mai suonato insieme fino al 2002, il momento in cui si sono formati i Marta sui Tubi. Conoscevo Carmelo perché avevamo un amico in comune, quando ero ragazzino suonavo a Marsala in una band che si chiamava Use and Abuse, facevamo noise, cover, cantautorato inglese e lui veniva a trovarci quando provavamo e faceva il pazzo, aveva undici anni, era molto simpatico e non suonava ancora la chitarra. L’ho visto veramente crescere. Con Ivan invece ci siamo conosciuti perché eravamo nella stessa etichetta discografica. Anche lui ha fatto parte degli Use and Abuse per un certo periodo. Nei confronti di Ivan e Carmelo nutro una vecchissima amicizia. Loro due invece si sono conosciuti nel 2002, tramite me, quando ci serviva un batterista.

Nel 2001 mi sono trasferito a Bologna per lavoro, un lavoro che non aveva niente a che fare con la musica, lavoravo in un’agenzia di assicurazioni, avevo abbandonato un po’ i miei sogni di fare il musicista, avevo già trent’anni e sono andato lì per fare un lavoro ordinario, in giacca e cravatta. L’anno dopo, nel 2002, anche Carmelo venne a Bologna, anche lui per lavorare, aveva trovato un posto in fabbrica. Ci siamo incontrati e gli ho messo a disposizione il mio monolocale a Bologna come punto di appoggio nell’attesa che lui trovasse un posto dove andare a vivere. E alla fine per la cronaca ci è rimasto tre anni in quell’appartamento. Lui suonava la chitarra, per un periodo era stato anche chitarrista degli Use and Abuse. Era diventato molto bravo. Quindi ci siamo ritrovati nella stessa casa, io avevo ancora la passione del canto, lui suonava, eravamo senza soldi e con tanta voglia di suonare, per di più avevamo due competenze musicali complementari come il canto e la chitarra. Abbiamo iniziato a divertirci e a fare cover degli artisti che ci piacevano di più, avevamo molti gusti in comune così abbiamo iniziato a suonare Cohen, Nick Drake, Cure, e tutto quello che ci piaceva.  Molte volte non avevamo soldi per uscire e decidevamo di fermarci a casa a suonare e poi da casa ci siamo spostati sotto i portici di Bologna e nelle zone dove c’era una certa movida. Abbiamo iniziato a suonare per strada. La gente si fermava ad ascoltarci, chi ci offriva una sigaretta, chi ci offriva una birra, chi ci faceva compagnia per la notte e così via, è stato un periodo bohemien molto interessante. Pian piano sono arrivate le prime canzoni perché avevamo molti gusti in comune e ci siamo resi conto che eravamo capaci di scrivere anche brani originali. Da lì è cominciato tutto. Abbiamo iniziato a suonare nei bar e nei pub, molto spesso pagati in natura, nel senso che ci davano da bere e basta. In quel periodo abbiamo fatto una demo e l’abbiamo mandata ad un produttore, Fabio Magistrali, che aveva già lavorato con Afterhours, Cristina Donà e altri artisti che ci piacevano molto. Lui fu molto contento di lavorare con noi. Andammo a trovarlo nella sua casa a Pavia e iniziammo a lavorare su quello che non immaginavamo nemmeno sarebbe diventato un disco, per noi era semplicemente una demo, una bella demo da poter proporre alle case discografiche. Il contributo di Fabio fu veramente importante, dal punto di vista musicale ci pettinò molto rispetto all’irrequietezza e al disordine con cui avevamo originariamente composto i nostri brani. Così venne fuori Muscoli e dei e non fu una demo ma venne preso dall’Electric Circus, una casa discografica di Milano che lo fece diventare il nostro primo album. Da lì parti tutto. Seguirono tournè, altri dischi, eccetera

Quanto è importante l’affiatamento tra i componenti di una band per la buona riuscita di un live?

Tutto, semplicemente tutto. Non esiste nient’altro. Se sei affiatato puoi anche suonare da schifo però alla fine sei convincente, non so come. Ci sono state nella storia della musica delle band che non sapevano suonare. Anche i primi Sonic Youth erano una cosa imbarazzante. Ma è il sound che caratterizza una band e che la rende una cosa unica, un marchio distintivo di fabbrica, una peculiarità totalizzante che viene fuori  solo se c’è affiatamento. Ci sono tante band formate da maestri usciti dal conservatorio che suonano bene ma in maniera ordinaria, come tanti, non cogli la differenza.

Si è detto che siete musicalmente non catalogabili. C’è un’anima musicale che pensi vi appartenga di più?

La prima musica che ho iniziato ad ascoltare è stata la musica degli anni ‘70, soprattutto di matrice inglese, Carmelo invece viene più dal metal e dal folk americano. É difficile dirlo. Sicuramente una passione che abbiamo condiviso è quella della musica rock dei primi anni ‘90, quella che abbiamo vissuto in prima persona, la new wave, il metal e tutta la musica che abbiamo scoperto crescendo, come il grunge. E poi Alice in chains, Pearl Jam, Stone Temple Pilots ma anche cose più estreme, tipo Kyuss, Motorpsicho ed Helmet ma non è del tutto vero perché quello che ci ha accomunato è stata più l’attitudine che il suono stesso.

Ascoltando Lostileostile si nota un cambiamento verso sonorità se vogliamo più dure. Questa virata verso il metal e l’elettronica è stata più una scelta o una necessità?

Mah, finalmente Carmelo ha comprato un amplificatore decente! (ride). No, noi quando facciamo canzoni non ragioniamo mai troppo sul tipo di suono che vorremmo nel disco, questo spesso viene fuori in fase di registrazione o una volta che è entrato in fase di missaggio, dove puoi lavorare scegliendo tutti i suoni uno per uno. Il suono dell’ultimo album è un po’ diverso dagli altri anche perché avevamo voglia di fare un disco più robusto rispetto ai precendenti e quindi abbiamo ispessito e calcato la mano per renderlo un po’ più spigoloso e vulcanico. Ci piaceva avere un suono pieno ma allo stesso tempo scarno, non troppo prodotto. Abbiamo usato più distorsioni ma anche più sinth. Personalmente è una strada che mi interessa molto quella di metterci un po’ più di elettronica, senza esagerare. Poi essendo in tre abbiamo avuto la necessità di un suono abbastanza scarno ma completo. Immagino il suono dei Marta sui Tubi come una pizza, nel senso che una pizza è fatta di pochi ingredienti però è buona e la stessa cosa mi piace pensare che possa essere il sound di questo disco. Un suono fatto di poche cose ma che ha tutto quello che serve per essere ben mescolato.

Come per gli album precedenti, si nota che è stato fatto un grande lavoro sul testo. Mi è piaciuto particolarmente quello di Con un sì. Come è nato?

É difficile dire come nasce un testo dei Marta. A volte la canzone nasce da un testo senza musica a volte le parole vengono scritte appositamente per una base musicale. In questo caso è stato proprio così. La struttura musicale era stata definita e mancava il testo e allora mi sono messo nella mia soffitta a lavorare in cuffia, alscoltando la base e cercando di trovare un vestito adatto al tema musicale. É un processo a volte anche mistico perché incominci a inventarti delle storie, hai delle visioni, butti giù tante cose che poi arrivi a potare fino a dargli un senso che ti soddisfa, lavori di metrica e di sillaba in sillaba. É un lavoro abbastanza certosino.

L’idea di fondo dell’album lo rende molto vicino ad un concept. É un’esigenza che avevate già prima di inciderlo, qualcosa che è cresciuto con il disco o un’impronta che è venuta dopo?

Forse tutte e tre. Non era una cosa già decisa o definita. I testi sono venuti fuori senza avere un filo logico che legasse le canzoni. Ci siamo accorti man mano che c’era un’idea di continuità, che ogni pezzo parlava di incontro e di scambio con qualcuno o con qualcosa. Poi il significato del disco a preso forma da solo e a metà dei lavori abbiamo preso questa decisione.

Come è nato il duetto con la Cinquetti?

Anche questa è stata una cosa fuori programma. Eravamo in fase di registrazione e Gilgliola era in una sala dello stesso studio per fare le sue cose. Ce la siamo ritrovata lì, ci siamo incontrati e conosciuti, abbiamo preso diversi caffè assieme durante le pause. Diciamo che l’amicizia è nata davanti alle macchinette del caffè. La sera andavamo a cena tutti insieme e ci confrontavamo con lei anche se è un’artista molto diversa da noi. É una cantante con molta esperienza e per me è stato bello avere a che fare con un pezzo di storia della musica italiana. Gli abbiamo fatto ascoltare i nostri pezzi e visto il suo entusiasmo gli abbiamo chiesto di provare a cantare una nostra canzone. Lei non ha esitato neanche un attimo, ha preso il microfono e ha attaccato un motivo in modo molto spontaneo.

Lostileostile è stato prodotto in buona parte tramite il lancio di una campagna di crowdfunding su Musicraiser. Quale è stato l’impatto del pubblico? E se volessi fare un bilancio complessivo?

É stata una bellissima campagna quella fatta su Musicraiser e siamo molto soddisfatti. Abbiamo raggiunto il nostro obiettivo e siamo andati anche un po’ oltre. Ci sono state persone che hanno prenotato il disco senza sapere cosa aspettarsi, semplicemente dandoci fiducia. Con i soldi che abbiamo ricevuto abbiamo fatto il disco, senza passare dalla solita filiera delle case discografiche che abbiamo sempre cercato di evitare. Adesso che la tecnologia dà la possibilità, Musicraiser è una piattaforma perfetta per fare questo tipo di percorso. Tra l’altro io sono anche fondatore della piattaforma e quindi sono parte in causa. Da tempo pensavo di produrre un disco utilizzando una campagna di crowdfunding, ne ho visti passare circa 800 di successi di questo tipo e ho pensato che i Marta sui tubi sarebbero stati perfetti per fare questo tipo di operazione. É stato bello sentire il calore e l’entusiasmo dei fan che ci motivava e ci spronava a finire il disco, ad alcuni abbiamo fatto sentire le ultime cose, altri ci hanno dato un feedback sui primi provini. É stata un’esperienza fortissima dal punto di vista umano. Un recipiente d’amore. Il contatto diretto con i tuoi fan è una dimostrazione di affetto straordinaria, una cosa che a volte ti commuove e ti imbarazza. Ed è bellissimo sapere che hai fatto un disco grazie a loro. Senti che non hai fatto un disco tanto per farlo ma lo hai fatto perché lo hanno voluto i tuoi fan.

La notizia che Fedez ha lasciato la Siae per Soundreef ha generato un dibattito tra musicisti e addetti ai lavori. Tu che ne pensi?

La Siae è un monopolista del mercato. E già è una cosa che non mi piace. Non mi piace il fatto che il mercato debba avere un unico attore e penso che la concorrenza non possa che fare del bene a tutti. É così in tutti gli ambiti commerciali quindi non vedo perché nel diritto d’autore ci debba essere un unico monopolista, che poi in questo caso si scrive Siae ma si legge lo stato. Se io sono un gruppo che fa tre concerti l’anno e prendo duecento euro di cachè e il locale paga cento euro alla Siae, è giusto che questa band abbia una percentuale di ritorno di quello che è stato versato dal locale,  invece questo è un punto molto nebuloso. Non è rendicontata in maniera chiara. Siamo lontani dalla rendicontazione digitalizzata quindi se ci sono altre piattaforme che lo fanno perché no. Io tra l’altro conosco molto bene soundreef so che è gestita da persone serie e sono contento del successo che sta avendo e non mi stupisco che uno come Fedez abbia fatto una scelta di questo tipo. Va bene così, ognuno è libero di scegliere il proprio negozio di fiducia. Non deve decidere per forza qualcun altro per te.

Avete alle spalle anni di live. Come si riesce a mantenere l’empatia con il pubblico?

Il pubblico che ci viene a vedere sicuramente nota che ci mettiamo l’anima sia che ci apprezzi o no. E non conosco nessuno che urli più di me o che maltratti la sua chitarra come Carmelo o picchi la sua batteria con tanta violenza come Ivan. Noi ce la mettiamo tutta, ci mettiamo il sudore e affrontiamo ogni palco come se fosse il primo quindi probabilmente la gente apprezza la nostra voglia di dare e questo si trasforma in seguito, in gente che torna a vederci.

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