King of the Opera

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Il 17 giugno scorso è uscito Pangos Session, un disco contenente cinque cover e quattro riletture che anticiperà di pochi mesi il nuovo lavoro solista di King of The Opera. Il disco è un bel connubio tra riarrangiamenti folk e vecchie rivisitazioni, il tutto avvolto dalla freschezza di un suono tendente quanto più possibile al live, registrato interamente in presa diretta.

Come mai hai deciso di fare uscire un album di cover prima di un lavoro inedito?

Quando stavo per compiere trent’anni, volevo fare qualcosa, e mi è venuta l’idea di festeggiarli suonando dei brani usciti nel mio anno di nascita. Mi sono divertito molto a farlo e così ho deciso di farne un album e di suonarlo con i miei nuovi collaboratori (ho cambiato formazione da circa un anno). È una cosa nata prettamente per divertimento.

Lo consideri un passaggio verso qualcosa di diverso?

In un certo senso sì ma come è successo anche altre volte: ogni mio disco è diverso dal precedente senza voler a tutti i costi tagliare con il passato, mi sono sempre guardato indietro pur facendo cose molto diverse. Credo che sia importante ricordarti chi sei anche se ogni volta ti viene voglia di cambiare e sperimentare cose diverse. E anche in quest’ultimo disco è stato così, rispetto al disco precedente, dove i brani erano più elaborati e duravano in media quindici minuti, ci sono canzoni molto più semplici, registrate in presa diretta.

Parlando dei pezzi che hai scelto. Nel 1985 sono usciti parecchi dischi interessanti, ci vuoi dire perché hai scelto proprio questi brani? Cosa significano per te?

La prima è stata quella dei Cure perché sono un loro fan da quando avevo dodici anni e tra l’altro A night like this la suonavo già dal vivo; la scelta dei Waterboys l’ho fatta durante un viaggio in treno: stavo ascoltando musica su Spotify e quando sono arrivato alla stazione di Santa Maria Novella è partita The whole of the moon, c’era un sole bellissimo e ho pensavo subito che dovevo rifarla, secondo me è anche uno dei brani che è riuscito meglio, nonostante fosse quello che conoscevo meno. Tom Waits l’ho scelto per cambiare un po’ genere. Quasi tutti i brani che ho scelto vengono dagli ottanta e lui con il sound di quegli anni c’entra poco, è sempre stato uno spirito libero e questa cosa mi piaceva. Alcuni mi avevano detto che lo ricordavo e quindi sentivo che in qualche modo c’era una connessione artistica tra me e lui. I Sonic Youth li ho scelti perché sono molto distanti dalla mia musica, così mi sono detto ‘ok accettiamo questa sfida’, era una mission impossible che volevo tentare.

Per quanto riguarda la fase di arrangiamento, come è stato far crescere dei pezzi così diversi dalle vostre sonorità fino alla fase di registrazione? Hai dovuto lavorarci molto o è venuto naturalmente?

Avevo provato i brani con Andrea Carboni, e in un secondo momento abbiamo deciso di andare in studio con gli altri. Avevamo una base solida e volevamo che gli altri facessero quello che volevano. Le canzoni gliele abbiamo fatte praticamente ascoltare lì per lì. È stata quasi una festa, una spiaggiata. L’idea era quella di fare le cose nella maniera più spontanea possibile. Volevo rendere questa attitudine e spero di esserci riuscito.

Dopo questa bella parentesi, cosa dobbiamo aspettarci dal prossimo album?

Probabilmente ci sarà un filo conduttore concettuale. Sto ancora finendo i pezzi, mi sto ancora focalizzando sulla loro essenza, non sto ancora lavorando sul sound o sulla forma in generale. Non so bene cosa aspettarmi. Ho delle idee ma ancora non sono definite, ancora non so bene con chi collaborare, né chi sarà l’eventuale produttore artistico. Le cose che mancano influenzeranno sicuramente il risultato. Per ora mi sto concentrando sulle canzoni e posso dire che di sicuro stavolta non sarà musica d’ambiente. Non abbiamo ancora iniziato i provini, cominceremo da settembre. Da quel momento dovrebbe iniziare tutto.

Hai fatto molte esperienze all’estero e sei stato apprezzato da musicisti come Patty Smith, Julian Cope e David Thomas dei Pere Ubu. In cosa ti senti più esterofilo e in cosa ti senti più italiano?

In generale ascolto più musica anglofona e straniera. Per quanto riguarda la musica italiana sono influenzato da alcune cose folk molto vecchie e caratteristiche. Mi sono reso conto che la sensibilità melodica è una cosa italiana, alcuni ritmi li assorbi in modo inconscio. Per questo disco non sto ascoltando  nulla di particolare. Solitamente avevo dei riferimenti precisi, stavolta invece buio totale, il che è bellissimo.

Vuoi dire che stavolta l’ispirazione ti  arriva più dall’interno che dall’esterno?

Ho ascoltato tanta musica diversa finché ho sentito che era arrivato il momento di rielaborarla dentro e di farla uscire in qualche modo. Come se ora fosse il turno di dire la mia. Sono in questa fase.

Per quanto riguarda il live sei più a tuo agio nella dimensione solista o preferisci suonare con band al seguito?

Non ho preferenze in questo senso, dipende da quanto tempo è che suono con una band o da solo. Ad un certo momento ho voglia di cambiare, di trovare nuovi modi per esprimermi. Dipende da come mi sento e da quanto tempo sto facendo la stessa cosa. Quando scrivo canzoni penso sempre a quello che verrà dopo, li arrangio pensando già a come sarebbero suonati con altre persone. Da piccolo ero abituato a suonare con una band, poi ho iniziato a suonare da solo … un po’ ci ho fatto l’abitudine e mi piace. Ma non mi piace abituarmi troppo a nessuno dei due formati.

Ora arriva la parte che preferisco: dovrai scegliere sette tracce da inserire nella nostra playlist e spiegarci perché.

Sufjan StevensThe Only Thing

Adoro la purezza di questo brano e Carrie and Lowell è sicuramente l’album più autentico di Sufjan, la versione di lui che preferisco, quella senza le trovate bislacche e gli arrangiamenti imprevedibili di molti suoi lavori. Lui stesso ha dichiarato: “quella è la mia arte, Carrie and Lowell è la mia vita!”.

David BowieTVC 15

Ci sono alcuni album di Bowie che non ho ancora capito se sono bellissimi o bruttissimi, per questo sento il bisogno di tornarci su ogni tanto, per sperare di scovare qualche indizio in più, ma forse dischi come Station to Station sono stati concepiti per rimanere un mistero.

Ralph McTellStreets of London

Succede che entri in un negozio di dischi in vinile e comunichi al commesso: “voglio comprare qualcosa che non conosco, qualcosa di qualche cantautore anni ’60 inglese, vagamente psichedelico….insomma una roba così”. Succede che il commesso tira fuori 15 vinili e mette su il primo. Si tratta di Spiral Staircase, il secondo di Ralph McTell. Colpito. Affondato.

Niccolò FabiUna somma di piccole cose

Questo è il mio disco dell’anno fino ad adesso e sarà dura scalzarlo dalla vetta. Condivido ogni singola parola di questo album, il modo in cui il messaggio viene veicolato, l’umanità, la sincerità di chi queste parole le ha messe su carta. Spero che Niccolò si renda conto di aver fatto un passo importantissimo con questo lavoro, non solo per lui ma per tutti noi.

Milton NascimentoO trem azul

Sono molto affascinato dal cosiddetto movimento tropicalista brasiliano della seconda metà degli anni ’60, quello che (in ambito musicale) comprendeva artisti come Caetano Veloso, Tom Zè, gli Os Mutantes e proponeva una formula originalissima a base di bossanova, fado, musica psichedelica e rock and roll. Milton Nascimento si pone ai margini di questo movimento senza farne mai veramente parte ma a un certo punto sforna un disco come Club Da Esquina che a mio parere surclassa chiunque in termini di equilibrio e magia.

Mazzy StarI’ve Gotta Stop

Seasons of Your Day è l’ultimo disco dei Mazzy Star, il disco della reunion dopo uno scioglimento che in realtà non c’è mai stato, l’unica cosa che si scioglie infatti è il mio cuoricino quando sento cantare Hope Sandoval con quella voce magnetica, ammaliatrice, immacolata come se vent’anni fossero trascorsi soltanto nella nostra realtà, non nel sogno incantato della fata Hope.

Flame ParadeNaivety

Ok, lo so. Questo pezzo non è ancora uscito. Ok, lo so. I Flame Parade sono la band che ho appena prodotto e non riuscirei mai ad essere completamente obiettivo. Insomma, volevo soltanto avvertirvi del fatto che c’è questa bomba in procinto di esplodere e vi garantisco che è molto difficile da disinnescare.

Martina Tiberti

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