Il rumore del mondo Intervista con Carmine Torchia



“Sono uno che scrive canzoni, aforismi, e disegna spesso un cane. Non ho altro da dichiarare”. Due frasi semplici, poche pretese, così si presenta Carmine Torchia sulla sua pagina Facebook. Una semplicità che contraddistingue il suo modo di fare musica, un impegno cantautorale che sdegna gli spazi grigi e ama arrivare al cuore di una storia. Il suo nuovo disco (Il rumore del mondo, Overdrive/Goodfellas) è uscito da poco. Già dalla prima traccia Come rondini è chiaro che il paesaggio narrativo appena scoperto ci si chiuderà intorno, l’energia brillante di Affetti con note al margine (2015, Private Stanze/Audioglobe) ha lasciato il posto a riflessioni più profonde ma non per questo meno coinvolgenti. Il rumore del mondo è un disco che si presta ad un ascolto attento e più lo si sente più lo si apprezza, come ci piace ritornare sulla lettera di un caro amico che non vediamo da tempo.

Partiamo dal titolo del tuo nuovo album, Il rumore del mondo. Nel suo saggio Perché rileggere i classici Calvino scrisse che ‘forse l’ideale sarebbe sentire l’attualità come il brusio fuori della finestra, che ci avverte degli ingorghi del traffico e degli sbalzi metereologici, mentre seguiamo il discorso dei classici che suona chiaro e articolato nella stanza’. Qual’è il tuo rapporto con l’attualità?

Ho un rapporto molto buono. In generale mi informo tentando di capire dove il mondo sta andando a parare. Con questa attualità mi misuro, capendo che mi somiglia poco. Cosa significa? Che mi sento anacronistico? No, semplicemente ho un altro modo di intendere la socialità. Però vivo nel presente, mi sento in grado di dire che sono calato nel presente con tutto me stesso, che cerco di rappresentare attraverso i linguaggi che di volta in volta reputo più consoni.

Quando hai iniziato a scrivere il disco? Il processo di elaborazione è stato più o meno faticoso rispetto ai precedenti?

Sono uno che scrive di continuo. Non ci sono pause tra un disco e l’altro e nemmeno grosse difficoltà. Dopo Affetti con note a margine sono venute altre canzoni. L’elaborazione de Il rumore del mondo è stata centrata intorno a un fil rouge che lega i nove episodi contenuti nell’album: il rumore del mondo riesce a raggiungere anche la piccola provincia, però ovattato. La provincia, si sa, dà la possibilità di metabolizzare meglio le cose rispetto a una dimensione urbana di più ampio respiro come può essere la città.

Rispetto ai tuoi lavori precedenti la lavorazione di Il rumore del mondo sembra meno prodotta. Gli arrangiamenti sono sobri, eleganti e si avvalgano di una strumentazione essenziale. Puoi raccontarci come è andata?

Se guardo la produzione di questi quattro album capisco che la ricerca che conduco ha una coerenza: dal primo all’ultimo album c’è una crescita a favore di una spontaneità. Il rumore del mondo è diverso rispetto ai precedenti perché partendo da preproduzioni fatte in casa si è arrivati in alcuni casi a ribaltarle grazie al lavoro dei musicisti coinvolti che hanno uno sguardo sulle cose e un gusto affine al mio.

In Discorso immaginario con Azhar parli di un dialogo immaginario con un presunto terrorista islamico. Perché hai scelto di trattare un argomento del genere in una canzone? Credi ci possa essere un posto in musica in cui le bestialità di ognuno possano essere in qualche modo riconciliate?

Tratto certe argomentazioni perché offrono spunti su cui riflettere, tentando di trovare delle soluzioni personali. È chiaro che la mia visione è del tipo inclusivo e unificante perché non mi interessano le divisioni, i confini, mi piace pensare che l’umanità possa camminare verso un’unica direzione, la migliore possibile per noi tutti.

Chi sono i tuoi modelli artistici e musicali? C’è una persona in particolare con cui vorresti avere un discorso immaginario?

Ci sono certi artisti, non necessariamente facenti parte del mondo strettamente musicale, a cui mi lega un affetto particolare, verso cui nutro della riconoscenza, per quello che hanno fatto, per come lo hanno espresso; con alcuni di loro ho discusso sognando: De André, Ferré, De Chirico, Freddie Mercury. Ma il mondo dell’arte è davvero pieno di anime che ammiro.

Nel pezzo E sale quanto basta parli di Peppino Impastato. Giorni fa suo fratello, Giovanni Impastato durante una visita agli studenti dell’istituto comprensivo statale “G.B. Monteggia” in provincia di Varese ha detto che “la storia di Peppino è una lezione attuale sul senso di legalità”. Come è venuto il testo di questo pezzo? E quanto è urgente per te parlare ancora oggi di legalità condivisa?

Il testo è di Annalisa Insardà, un’amica attrice da sempre impegnata nel sociale. Me l’ha inviato tramite mail. Appena l’ho letto la musica è venuta da sé con una naturalezza che mi ha stupito. Impastato è uno di quelli con cui farei un discorso immaginario come dicevamo prima: mi pare che la sua esperienza continui a illuminare le nostre vite. Il concetto di legalità non mi è del tutto chiaro, forse non mi è simpatica la parola. So per certo, da anarchico, che più che legalità, le donne e gli uomini dovrebbero avere delle leggi morali che li guidino e che scavalchino il più possibile leggi scritte da altri, con una certa presunzione.

Quali sono stati i compagni di viaggio con cui hai condiviso le registrazioni di questo tuo album? Ti va di condividere con noi un ricordo di un momento o di una giornata che ha avuto per te un significato particolare?

Peppe Fortugno, Matteo Frullano, Matteo D’Alessandro e Carmelo Arena sono musicisti preparati e persone speciali che hanno saputo ben interpretare le idee su cui si fonda questo lavoro; hanno saputo scovare il potenziale di ogni traccia, cosa che mi ha dato gratificazione. Tutti e venti i giorni di registrazione sono caratterizzati da ricordi. Mi viene in mente il più buffo, quando Matteo Frullano ci aveva confessato che un suo sogno di sempre era di incidere una parte di trombone all’interno di un disco, cosa che è accaduta in Rùanzu, il cane. È stato un momento di alta comicità al servizio di una canzone dall’andamento allegro.

Tua è anche la copertina del disco. È bianca e rossa e c’è un cane con un corpo da uomo che cammina con le mani in tasca per la strada. Hai mai pensato di fare un video musicale d’animazione con personaggi dei tuoi disegni?

Il protagonista che cammina tra le case di paese che appaiono in copertina è appunto Rùanzu, un cane realmente esistito a Sersale (il mio paese), personaggio che continua a vivere grazie ai disegni che faccio e che propongo nei lavori grafici che mi commissionano, o che rappresento nei semplici regali agli amici, un cane ripensato con dei superpoteri. Ne Il rumore del mondo Rùanzu è un tipo che vive il suo tempo con la felicità che gli è possibile nonostante il mondo sia capace di grandi brutture. In effetti, un video musicale c’è, è in lavorazione, una lavorazione lunga come si può imaginare, che spero possa essere ultimata in un futuro non troppo lontano.

Quanto è importante essere supportati da chi si ama per un artista?

È la misura con cui ci si rapporta al mestiere, secondo me. Ho notato che il pubblico che mi segue cresce per unità, giorno dopo giorno, non grazie a fenomeni mediatici ma per affetto autentico. Ogni volta che canto da qualche parte è una festa perché c’è questa voglia di incontrarsi e di ascoltarsi.

Un disco e un libro da tenere sempre a portata di mano?

Difficile dirlo. Mi vengono in mente quelli che sono stati potenti per me e che potrebbero accompagnarmi ovunque: Animals dei Pink Floyd e Vangelo secondo Gesù Cristo di José Saramago, opere rabbiose e monumentali.

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