Il capitalismo sta per finire Kim Gordon – No home record (Matador, 2019)

Il debutto solista di Kim Gordon è un intreccio di contemporaneità e fotografie emotive, nove tracce dense e compatte che scavano dentro un’interpretazione del mondo che non concede esitazioni. No home record è uscito lo scorso 11 ottobre e vede la collaborazione dell’ex bassista dei Sonic Youth con il produttore Justin Raisen (Angel Olsen, Billy Corgan, Michael Stipe, Miya, Ariel Pink, Jhon Cale). Il risultato finale si discosta dall’inaccessibilità del progetto avant-garde Body/Head (con il chitarrista Bill Nace) senza mai essere accomodante. Ci sono momenti in cui il pop fa capolino ma viene avvolto in sonorità tanto disturbanti da renderlo irriconoscibile. La prima traccia, Sketch Artist è un sogno multidimensionale narrato da una voce che si sposta in camere riempite da insonorizzazioni discordi, a volte dure e inquietanti altre liquide e subacquee. Il conflitto tra levità e durezza è presente anche nella seconda traccia Air bnb ma a livello più concettuale: sonorità no-wave anni settanta sono il pretesto per scivolare nella consolante trappola della sharing econmy e nella voglia di un confort talmente fittizio da farci pentire di averlo desiderato, “Rustic, romantic, Malibu getaway, Artistic Oasis, You are a plague, Licensed guest house, False Alternatives / Rustico, romantico, fuga da Malibu, Oasi artistica, Sei una piaga, Pensione con licenza, false alternative”. La protagonista è vittima di un capitalismo rassicurante che tuttavia non smette di desiderare pur deprecandone l’avviluppante convenienza, consolante e velenosa allo stesso tempo. Paprika Pony è un pezzo minimale e riuscitissimo, una confessione appoggiata su un movimento trap ossessivo e antipatico. La voce si diffonde su un clicktrack scintillante con il riverbero di un’eco: “Lies which explode, lies which flow / Bugie che esplodono, bugie che corrono”. 

Ogni brano è il risultato di uno sguardo a una porzione di realtà che si ha la necessità di codificare interiormente. Murdered Out, brano uscito nel 2016, è una dichiarazione di estraneità alla cultura mainstream americana, una danza-electro noise per prendere le distanze dal dominio di icone ingannevoli. No home record è un disco attuale e Kim Gordon usa il passato con parsimonia preferendo giocare con le possibillità del presente. Questo è evidente ascoltando il mantra techno di Don’t Play it, un’invito che si ripete brutalmente fino a resistere all’eco di se stesso, ombra di ossessioni consumistiche che tolgono senso e si riproducono in un girotondo d’inutilità. Kim Gordon canta, si lamenta, trema e si libera di un passato sabbioso che s’infila ovunque e squote l’anima (“It moves me deep, You’re beneath me, You’re beneath my head / Mi commuove profondamente, sei sotto di me, sei sotto la mia testa” – Earthquake). 

No home record è un’impresa, il faticoso risultato di una rinascita personale che diventa anche mezzo per raccontare un contesto sociale preciso: il fallimento del capitalismo e i presagi della sua fine. Tutti dovremmo trovare il nostro modo di liberarci da qualcosa che comincia a starci stretto. Tutti dovremmo riprenderci la nostra vita, o almeno provarci.

 

Tracklist:

1. Sketch Artist

2. Air bnb

3. Paprika Pony

4. Murdered Out

5. Don’t Play it 

6. Cookie Butter

7. Hungry Baby

8. Earthquake

9. Get Yr Life Back

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