Glen Hansard live @Auditorium Parco della Musica (Roma 12 novembre 2019) This Wild Willing Tour

Il 12 novembre scorso il This Wild Willing tour di Glen Hansard ha fatto tappa alla Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. Per il suo live il cantautore è stato supportato da Nina Hynes, anche lei dublinese, che ha tenuto compagnia ai pochi spettatori puntuali con la sua voce cristallina e dispettosa. Descrivere il live di Hansard non è facile perché è uno di quei casi in cui oltre alla musica c’è molto altro, un mood impalpabile, difficile da definire ma intenso, costruito con una cura e un’attenzione impossibili da esaurire in una pagina. 

Il nuovo disco è stato scritto durante un soggiorno estivo al Cultural Center di Parigi, dove Glen Hansard è entrato in contatto col folk iraniano dei fratelli Khoshravesh e i musicisti elettronici irlandesi Deasy and Dunk Murphy. Si comincia con la prima traccia del disco, I’ll be you be me, brano seduto e scuro, un’introduzione con lampi di follia e sensualità, che ricorda sonorità cavernose alla Mark Lanegan con una coda che si disperde nella sperimentazione. Il secondo brano è The moon, tratto dal primo lavoro di Hansard, The Swell Season, del 2006, una ballata notturna che inizia con dolcezza per eplodere in rabbia e poi chiudersi con due assoli di chitarra e di violino. A questo punto è interessante dare credito alla band: alla batteria troviamo Earl Harvin, già presente nel disco Didn’t he Ramble (2015), alle tastiere alla voce Ruth O’Mahony Brady (Romy), al violino Coline Rigot, ai fiati e al mellotron Michael Buckley, al basso Joseph Doyle, alla chitarra elettrica Rob Bochnick e alla chitarra acustica Javier Mas, lo storico chitarrista di Leonard Cohen. L’amalgama della band è totale e coeso, tanto che lo spettatore si sente immerso nella dinamica come fosse un processo spontaneo e naturale. Ciascuno dei musicisti è a suo modo un protagonista a cui Glen Hansard lascia lo spazio e il tempo per raccontarsi. 

Il quarto brano del concerto è un altro rimando al passato, When your mind’s made up, singolo del premiatissimo Once (2008), che si trova perfettamente a suo agio con l’intenzione del nuovo album, un intimismo che affonda nelle radici dell’anima per esplodere in una vocalità sentita ed irruenta. 

Tra un brano e l’altro Glen Hansard racconta delle storie, ricorda amici che non ci sono più, saluta quelli con cui dopo anni continua a dividere il palco (Eddie Vedder). E soprattutto coinvolge il pubblico come fosse parte dell’esibizione: “It’s a long way down to the bottom we’ve been racin’”, il coro di Race to the Bottom, riempie la Sala Sinopoli senza bisogno di molte sollecitazioni. 

Non c’è un momento che non sia necessario, ogni brano fa parte di un processo espressivo indispensabile che passa dal blues all’indie rock come voci narranti di una stessa storia. Nei brani di Glen Hansard la disperazione e la speranza convivono come sorelle ed è sempre la seconda a fare da guida, succede in brani come Her Mercy and Song of good hope ballate country-folk, preghiere di soliderietà umana e di una consolazione che non sfiora mai il patetismo ma aiuta a ritrovare la forza attraverso il canto dell’altro.

Uno dei momenti più intensi del concerto è stato sicuramente il duetto con Nina Hynes in The world brano del 2012 dei Dancing Suns, un collettivo formato da Nina Hynes, Fabien Leseure e Sean Carpio, un’ode ispirata e lieve che aggiunge un ulteriore punto luce alla serata e ci traghetta con meraviglia verso gli ultimi due brani, Good life of song e Falling Slowly.

In This Wild Willing e nel tour che lo accompagna Glen Hansard ha scavato nelle storture e nei dispiaceri per elevarli a baluardi di speranza e riconoscenza. Il dolore viene cantato per farsi esperienza comune e liberatoria. La condivisione umana diventa un connettivo spirituale da custodire e valorizzare. 

Lasciarsi andare alla follia sembra un processo naturale e benefico, le crepe dei sentimenti, le sbavature sulla tela hanno il potere di identificarci come essere umani con quello che proviamo ogni giorno, in un paesaggio emotivo in cui nulla è scontato ma viene modulato in modo estremamente personale dagli arrangiamenti della band. 

Setlist:

1.I’ll Be You, Be Me

2.The Moon (The Swell Season song)

3.My Little Ruin

4.When Your Mind’s Made Up (The Swell Season song)

5.Bird of Sorrow

6.This Gift

7.The Closing Door

8.Fitzcarraldo (The Frames song)

9.Didn’t He Ramble

10.Leave a Light

11.Race to the Bottom

12.Brother’s Keeper

13.Way Back in the Way Back When

14.Grace Beneath the Pines

15.Lowly Deserter

16.Her Mercy

17.Star Star (The Frames song)/Hotellounge (Deus Cover)

18.Fool’s Game

Encore:

19.Song of Good Hope

20.The World (Nina Hynes cover with Nina Hynes)

21.Good Life of Song

22.Falling Slowly (The Swell Season song)

 

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