Farewell to All we Know – Matt Elliott (Ici d’ailleurs) Recensione e Intervista

Nonostante i numerosi dischi solisti alle spalle Matt Elliott non ha mai giocato la carta di ammiccanti cambi di stile, quegli scontati giri di boa che si assecondano pur di arrivare a un pubblico più grande. Farewell to all we know conferma che per il cantante originario di Bristol la ricerca musicale è la seconda pelle di un corpo che continua a rovistare con estrema perizia negli angoli più polverosi dell’esperienza umana e non trova che un’eco del proprio canto, un ascolto potente e incantevole.

Numinoso è un aggettivo antico e poco usato. Serve a descrivere il sacro come presenza trascendentale, un mistero che attrae e respinge, che ci sfiora quando un’esperienza significativa cambia la nostra visione del mondo. Ascoltando l’ultimo disco di Matt Elliott si ha il presentimento che la trama sonora sia cullata da una creatura sconosciuta, un’entità sovrumana che spaventa e nutre impietosa il nostro istinto di sopravvivenza. Farewell to All we Know è attraversato da una continua tensione tra calma apparente e paura del futuro: in un territorio sgualcito dalla mano dell’uomo e stregato dall’incertezza, gli incontri di chitarra ispanica e pianoforte evocano la prima e scongiurano il secondo mentre le arcate di contrabbasso sostengono l’atmosfera e legano i piani armonici. Il disco è uscito lo scorso 27 marzo per la francese Ici d’Ailleurs (Arca, Chapelier Fou, Yann Tiersen, This Immortal Coil) ed è stato arrangiato e prodotto da David Chalmin (Katia & Marielle Labéque, Shannon Wright, Zu, The National). Più gentile e cauto rispetto al precedente The Calm Before, Farewell to All we Know è fin qui uno dei punti più alti della carriera del cantautore: arrangiamenti ricercati evocano un lungo addio che trascina con sé ricordi agonizzanti e rimpianti repressi. 37,6 minuti in cui l’ascoltatore resta a guardare un tramonto dalle pennellate struggenti per poi abbandonarsi alla speranza di una rinascita (The Worst is Over).

“Come per gli altri dischi, è stato un ciclo meraviglioso,” racconta Matt Elliott, “sono andato in studio con alcune idee e temi da improvvisare e ho continuato a lavorarci su insieme a David Chalmin. Sono molto fortunato a lavorare con David, è un genio e sa rendere la produzione di un album un gioco facile.

L’intero album è attraversato da un senso di inevitabilità. Le vie di fuga non sembrano contemplate. Forse è l’ascolto stesso che può aiutarci a trascendere il buio dei nostri tempi?

Credo che rifletta la mia rassegnazione sul fatto che ormai siamo fregati. Se non sarà un’epidemia ad annientarci, allora lo farà l’irreversibilità del cambiamento climatico, la natura ci sta mandando dei segnali. Ma a dir la verità non sono sicuro di cosa accadrà. Spero che potremmo salvarci prima di oltrepassare il punto di non ritorno ma gli umani solitamente sono lenti a reagire, così, come ho detto, sono rassegnato al fatto che la nave andrà a fondo e noi con lei.

“Guidance is internal” ma non sembra affatto confortante. Vale la pena di perderci nei nostri fantasmi interiori? E quanto questo è inevitabile nel processo di elaborazione artistica?

Nel titolo del brano mi riferisco al fatto che ognuno di noi ha le risposte alle proprie domande dentro di sé. Dobbiamo imparare ad ascoltare la nostra voce interiore, più di qualsiasi altra voce.

Qual’è il senso di fare arte in un periodo di profonda incertezza come quello in cui stiamo vivendo?

Bhe, è quello che so fare, non ho altra scelta né un’altra qualifica. Immagino che il senso di fare arte oggi sia simile a quello di un qualsiasi altro artista in un’altra epoca. L’arte e la musica esistono dall’alba dei tempi per far provare gioia e dolore, per raccontare la povertà, l’insicurezza, l’innamoramento e i cuori spezzati. 

Parlando di fantasmi: se avessi la possibilità di fare una chiacchierata con un artista del passato chi sceglieresti e cosa vorresti chiedergli?

Questa è una domanda difficile perché se c’è una cosa che ho imparato è che raramente ottieni le risposte che speri di ottenere. Non vorrei passare per pretenzioso ma sceglierei Pitagora perché è stato l’inizio di tutto, un esperto universale, un genio, e scommetto che era una persona molto interessante con cui trascorrere del tempo.

Che tipo di musica ascoltavi mentre componevi e registravi l’album?

Ironia della sorte ascoltavo quasi esclusivamente rocksteady, funk underground e soul anni 60/70. Anche Porgy and Bess di Miles Davis è stato in loop nel mio stereo per alcune settimane.

Come trascorri le ore in queste giornate particolari e solitarie?

A dire la verità ora le mie giornate sono molto simili a quando non sono in tournée o in sala di registrazione, chatto su internet, suono la chitarra, mi riposo, con l’unica differenza che non posso uscire in bici e non lo faccio. Non mi sento in colpa per non fare nulla quindi cerco di godermi questo periodo, anche perché non sappiamo cosa ci aspetterà dopo, quindi…

 

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