“Dare importanza a cose insignificanti può creare dei sensi paralleli” Intervista al duo bucolico

È uscito il 22 marzo il loro ultimo disco, Random, un viaggio non troppo casuale in una quotidianità bizzarra e indomabile, popolata di coccodrilli e incontri rivelatori. Il duo bucolico (Antonio Ramberti e Daniele Maggioli) nasce nel 2005 tra festival di strada, sperimentazioni linguistiche e un’estrema spontaneità espressiva. Da più di dieci anni la formazione romagnola attraversa l’Italia in lungo e in largo con il suo furgoncino, dispensando esibizioni trascinanti e goliardiche ad un numero sempre crescente di affezionatissimi fan. L’ultimo lavoro è stato prodotto dalla Cinedelic Records, mixato da Leonardo Fresco Beccafichi (Jovanotti) al Malkovich Studio di Città di Castello e masterizzato da Andrea Suriani (Calcutta, Salmo, Cosmo, Elisa, Coez, Negrita, Colapesce,…). Ne abbiamo parlato con Daniele Maggioli una delle due metà della formazione.

Fate musica dal 2005, cosa è cambiato e cosa è rimasto uguale rispetto agli inizi?

Abbiamo mantenuto un approccio anarchico e cerchiamo sempre di andare avanti per la nostra strada, questo ci mantiene molto indipendenti. Dagli inizi sono cambiate tante cose sia a livello di scrittura che di percorso artistico: i primi anni avevamo un piglio molto più comico, quasi cabarettistico mentre col tempo abbiamo sviluppato la forma canzone e approfondito l’assurdo e il surreale. Sentivamo che l’essere comicamente schietti ci ingabbiava, soprattutto in Italia dove la comicità viene vista come una cosa bassa.

Come allenate la destrutturazione del linguaggio?  
I primi tempi suonavamo molto nei festival di strada e ci facevamo ispirare dai clown e dai paradossi legati al mondo teatrale. Quando scriviamo siamo molto disinibiti e ci piace giocare con l’assurdo senza farci intimidire dal nonsense, a costo di risultare incomprensibili. Credo che questo modo di vedere le cose, sia anche un po’ romagnolo. La Romagna ha una vena visionaria. Inoltre io sono laureato in lettere e a suo tempo mi sono appassionato alle avanguardie letterarie; questo aspetto viene stemperato da Antonio che invece è più istintivo.

Come componete i vostri pezzi? Arrivano prima le parole o la musica?                                     

All’inizio scrivevamo separati mentre adesso scriviamo tutto a quattro mani fin dall’inizio. Incominciamo a buttare giù idee a ruota libera e nessuno frena l’altro quindi l’assurdità si amplifica. In genere uno di noi si mette a fare qualche accordo al pianoforte o alla chitarra e l’altro comincia a cantarci sopra: da qui costruiamo la canzone. Spesso ci capita anche di avere delle idee che poi non realizziamo e di ritrovarci a scrivere cose completamente diverse per il disco.

L’ultimo album sembra meno graffiante rispetto ai precedenti. Come se ci fosse più spazio per la riflessione oltre che per il puro nonsense. Vi state spostando verso il pop?    

Forse siamo  invecchiati e abbiamo l’esigenza di parlare di altri temi, di prendere delle posizioni intorno a quello che ci circonda, Random è un disco più sociale, più descrittivo. Rispetto al passato sentiamo di avere una scrittura più pulita e più strumenti per esprimerci, cerchiamo di sentirci liberi come artisti e di non farci ingabbiare in dei cliché creati da noi stessi. Pur avendo un retroterra underground, a noi il pop piace. Ogni tanto per gioco mentre siamo in viaggio Daniele mette su Max Pezzali io Cremonini(ride).

Cosa ne pensate della trap?  

Io ho 40 anni e non ascolto la trap come farebbe un fan ma mi interessa come fenomeno. Mi sembra che abbia quella presa sui giovani che aveva il rock quando ero ragazzo. Questo modo provocatorio di esprimersi, se vuoi anche un po’ ingenuo, ha un significato generazionale. Non lo giudico, sono curioso. Mi sembra che i temi della ribellione tornino sempre, in modi diversi. Rolls Royce di Achille Lauro è un po’ Una vita spericolata 2.0, sono cliché rock’n’roll che tornano.

Quest’ultimo tour vi vede collaborare con la BPM Concerti. In che modo questo ha cambiato la vostra attività live?È forse meno random?

La collaborazione con la BPM è stato un grosso cambiamento. Il fatto di esserci autogestiti è stato bello perché ci ha permesso di avere un contatto senza filtri con tutte le realtà italiane che organizzano concerti. Poi però è arrivata la necessità di strutturare il percorso che avevamo fatto e con un’agenzia come la BPM si ha la possibilità di accedere a dei Festival e a delle location che nobilitano il tuo percorso.  Si suona un po’ meno ma si ha la possibilità di farsi vedere in dei contesti dove da soli non si riesce ad arrivare.

Chi è il fotografo Jodel di cui parlate nella canzone?  

Questa è una bella storia! Inizialmente Fotografo Jodel doveva essere il titolo del disco ma poi ogni volta ci avrebbero chiesto il perché e sarebbe stato estenuante. Nel 2007 in uno dei nostri primi concerti siamo andati a suonare in Svizzera in un posto sul confine, molto pittoresco, vicino al Passo Sempione. Ci siamo fermati a bere una birra in un autogrill e abbiamo incontrato un signore in moto, pelato, con la pancia, vestito in tenuta jodel. Era un centauro che suonava in un coro jodel ed era simpaticissimo. Noi avevamo delle maschere da piccione e lui ci ha scattato una foto sulla collina. Questo episodio ci è tornato in mente dopo dieci anni. Quella foto doveva essere la copertina del disco. Ci piace dare importanza a cose insignificanti, a volte può creare dei sensi paralleli.

Quando non siete in viaggio per il tour sul vostro furgoncino qual’è una giornata bucolica tipo?  

Quando non siamo in giro per suonare cerchiamo di stare con i nostri figli e nel tempo che resta continuiamo a vederci per scrivere: da buoni amici ci piace elaborare le nostre idee per il futuro davanti a una birra.

 

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